L’ultimo cane

Il web e le riviste sono ricchi di articoli e consigli su come gestire in famiglia l’arrivo del primo cane. Nel mio lavoro quotidiano incontro però molti “ultimi cani”, quelli dopo i quali le persone decidono di non averne più. Scelte a volte dettate dal pragmatismo, altre volte da qualcosa che si è infranto nella loro vita.

Seguo molte famiglie che prendono il primo cane. Di solito, sono famiglie giovani, che pensano che un cane di famiglia sia un incentivo alla crescita arricchita di eventuali bimbi in arrivo. E ci sta.

Pochissimi si muovono con grande anticipo. Si informano e si preparano.

È meglio un cane di allevamento (di razza), o è meglio un cane di canile?

Domani dove lo faccio dormire?

Come lo preparo all’arrivo di un bambino?

A tante domande corrisponde un numero multiplo di risposte.

Ma voglio parlare di altro.

Vorrei dire due cose su uno schema contrario, una situazione agli antipodi.

L’ultimo cane, quello che, dopo lui, non ne avrò mai più.

Carlo e Sally, American Staffordshire Terrier (Amstaff)

I profili principali sono questi:

  • un cane che non volevo, ma mi è stato imposto, ma ora non posso più accudirlo
  • il cane come quello che avevo prima, ma non è come lui e non mi piace
  • il cane che ho sempre desiderato, ma non pensavo che fosse così difficile
  • il mio ultimo cane

Ho ridotto tutto all’osso, ma, per semplificare, chi pensa di appartenere ai primi tre profili può sentire un bravo educatore. Di quegli educatori che ascoltano e parlano in base alla saggezza e, prima di volere guadagnare, pensano al benessere di cani e uomini.

Alla fine, c’è l’ultimo cane.

Quello che dopo di lui non ne ho più amati, o voluti, o capiti.

Quello che ho potuto portare fuori senza problemi.

Quello che mi capiva.

L’ultimo cane è quello che mi accompagnerà nei sogni, mi parlerà e dirà quello che non volevo dirmi. In una barca rivolta al tramonto guarderà al largo, in cima all’albero di prora. Vigile e guardiano.

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