Etichettatura nutrizionale in “front of pack”

La guerra fra Paesi europei mette a rischio l’agroalimentare italiano

I mass media europei negli ultimi mesi hanno più volte segnalato il riaccendersi di una “conflittualità” fra Paesi europei, sulle etichette dei prodotti alimentari di largo consumo: si tratta, questa volta, delle forme di espressione volontaria dei valori nutrizionali dei cibi sulla parte frontale delle confezioni, che rischiano di emarginare o discriminare alcuni fra i prodotti più noti della gastronomia mediterranea: formaggi, salumi, oli etc.

Da dove deriva questa nuova “guerra” e cosa rischia esattamente il “made in Italy” agroalimentare?

Nel 2011 l’Unione europea ha adottato un nuovo regolamento sull’etichettatura dei prodotti alimentari preconfezionati.

Fra le molte “novità” della norma, è stato introdotto l’obbligo di riportare su ogni confezione le informazioni nutrizionali relative ai principali “nutrienti” contenuti nell’alimento (grassi, zuccheri, sale etc.), nonché il valore energetico espresso in kcalorie e kjoule.

Le informazioni così determinate hanno assunto la forma di una “tabella” che, in effetti, ormai si trova pressoché su tutti gli imballaggi dei principali prodotti di consumo.

Senonché la norma prevedeva anche la possibilità di “estrapolare” alcune delle informazioni in questione e riportarle sul fronte della confezione per rendere più evidenti le caratteristiche del prodotto e agevolare il consumatore nella “cernita veloce” al supermercato.

La facoltà in questione era, tuttavia, accompagnata da una serie di raccomandazioni: i sistemi nazionali in materia avrebbero dovuto essere obiettivi e non discriminatori; inoltre forme e simboli adottati avrebbero dovuto effettivamente facilitare la comprensione del contributo o dell’importanza dell’alimento ai fini dell’apporto energetico e nutritivo nella dieta del consumatore medio, senza creare inutili ostacoli alla circolazione delle merci.

Nel 2017 la Francia, in attuazione della disciplina in oggetto, ha creato il cosiddetto “Nutriscore”, ossia una sorta di schema semaforico che segnala al consumatore se un alimento possa considerarsi favorevole per la dieta, perché a basso tenore di zuccheri, grassi, sale (cui viene associato il colore “verde”), oppure negativo, per l’eccesso di una o più di queste sostanze (associate, in gradazione, all’arancione o al rosso).

Accanto alle “cromie” viene riportata anche una “lettera”, che classifica il prodotto per “fasce di merito”, un po’ come avviene per l’etichettatura energetica degli elettrodomestici.

Il sistema ha il pregio di risultare certamente “intuitivo” per i consumatori, perché di semplice decifrazione e immediata chiarezza.

Sfruttando un “codice di comunicazione” ben noto (il “semaforo”), sintetizza pregi e difetti, dando vita a un giudizio di “valore” sul prodotto contrassegnato alla portata di tutti.

Senonché proprio queste sue doti sintetiche finiscono per renderlo ingiustamente riduttivo e discriminatorio.

Basti pensare che un prodotto come la Coca-Cola “zero” otterrebbe il massimo del punteggio, risultando in fascia “A” (verde per zuccheri, grassi e sale), mentre un formaggio a pasta dura (come i nostri “campioni” del Made in Italy”) andrebbe incontro a censura per il tenore di grassi e di sale, pur essendo validissimo nell’economia di una dieta varia ed equilibrata, nonché fonte preziosa di calcio e micronutrienti.

Per questa ragione, l’Italia ha deciso di contrapporre alla soluzione francese una modalità alternativa di espressione, che si fonda sul concetto – psicologicamente positivo e non demonizzante – della “pila energetica” da ricaricare.

In sostanza, lo schema prevede la neutralità cromatica (no, quindi, a: gialli, rossi e verdi), nonché l’indicazione dell’apporto dei nutrienti come “ricarica” della pila, in relazione alle “assunzioni di riferimento” (AR) giornaliere di un adulto medio.

La soluzione ha sicuramente il pregio di volgere “in positivo” il messaggio nutrizionale, ricordando al consumatore che una dieta “sana” contempla l’apporto di tutti i nutrienti, ovviamente in misura proporzionata ed equilibrata.

Non esistono, quindi, cibi in sé “buoni” o “cattivi”, ma tutto va valutato in relazione al complesso di una dieta giornaliera in cui ogni cibo può trovare una sua collocazione.

Di contro, il “nutrinform battery” all’italiana comporta un ragionamento più complesso e risulta meno “intuitivo” per il consumatore medio, che deve comprendere che fino al 100% di “ricarica” l’apporto è “positivo”, mentre oltre tale soglia diventa controproducente.

Inoltre, questa informazione, per quanto più “obiettiva” nei contenuti (perché non esprime un “giudizio di valore” prederminato), richiede una certa esperienza in chi la legge, perché implica la conoscenza dei valori nutrizionali di ciò che mangia nell’arco della giornata.

La “battaglia delle etichette” si trasferirà nei prossimi mesi a Bruxelles: la Commissione UE sarà, infatti, chiamata a valutare le diverse soluzioni nazionali e decidere se adottare uno standard unico a livello europeo. Un passaggio molto delicato per il futuro del “Made in Italy” agroalimentare e per la salute di tutti noi.

Letture consigliate:

  • Regolamento UE N. 1169/2011
  • https://codacons.it/che-cos-e-il-nutri-score/
  • https://www.nutrinformbattery.it

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.