Consigli DOC: Diagnosi di allergia alimentare

Chi è Carlo Alfaro.
Nato a Sant’Agnello (Napoli), vive a Sorrento. Pediatra, ricopre l’incarico di Dirigente Medico di Pediatria presso l’Ospedale De Luca Rossano di Vico Equense.
E’ consigliere nazionale della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza. Appassionato di divulgazione scientifica e culturale, dal 2015 è giornalista pubblicista.

Il mio nipotino di tre anni soffre di dermatite atopica, raffreddore perenne, tosse ricorrente e il pediatra sospetta un’allergia ma le prove allergiche sono negative, l’allergologo suggerisce di ripeterle dopo un anno. Conviene fare altri test?

Le prove allergiche mediante prick-test, che suppongo siano quelle effettuate dal suo nipotino, rappresentano il test più utile, economico e pratico per lo screening delle allergopatie. Sono di solito indicative di sensibilizzazione o meno agli allergeni in caso di manifestazioni cutanee e anche respiratorie, come nel suo caso; più raramente sono utili alla diagnosi invece nei casi con manifestazioni gastrointestinali.

La positività del prick-test non è correlata all’età del bambino, come comunemente si ritiene, ma al grado di sensibilizzazione. In caso di anamnesi molto suggestiva (rapporto tra l’assunzione di un alimento e i sintomi) un ulteriore test può essere eseguito con alimento fresco (prick-by-prick). La valutazione delle IgE specifiche nel sangue (RAST) per gli alimenti sospettati o più comunemente implicati e anche per gli pneumo-allergeni può fornire ulteriori informazioni per aiutare a individuare la diagnosi corretta. Vi si ricorre se il paziente assume farmaci che possono interferire con i test cutanei o se l’anamnesi fortemente suggestiva non combacia con la negatività dei test cutanei. Il dosaggio delle IgE specifiche può essere utile anche per quantificare il livello di sensibilizzazione, dato che forniscono un dato quantitativo degli anticorpi prodotti contro l’allergene.

I test, sia cutanei che ematici, vanno interpretati nell’ambito del contesto clinico: indicano la sensibilizzazione non l’allergia. Più significativo ai fini diagnostici il significato della dieta di eliminazione e poi di scatenamento. Nella dieta di eliminazione diagnostica si escludono scrupolosamente dall’alimentazione del paziente i cibi sospettati per un periodo di tempo limitato; una volta ottenuta la remissione dei sintomi, si introducono uno per volta i vari gruppi alimentari per valutare se riaccendono la reazione. Se non si nota un miglioramento dei sintomi con la dieta di esclusione, la presenza di allergia alimentare è improbabile. La conferma diagnostica definitiva si ottiene con un test di provocazione orale (TPO) eseguito in una struttura ospedaliera, che rappresenta oggi, secondo la letteratura scientifica, il “gold standard” per la diagnosi di allergie alimentari.

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